Cominciamo, con questo primo breve articolo, un’introduzione alla gestione colore nella fotografia digitale.

Come prima cosa cerchiamo di definire il concetto di colore. Siamo abituati a dire frasi tipo “quell’ombrello è rosso”, sottintendendo quindi che l’essere rosso sia una caratteristica propria dell’ombrello. Questo, purtroppo, è vero solo in parte, nel senso che esso dipende si dall’oggetto, ma anche in egual misura dalla fonte di illuminazione che lo colpisce (torneremo più avanti su questo concetto) e pure dall’occhio di chi osserva.

Quest’ultimo punto merita un’attenzione particolare: il colore è più una “sensazione” che qualcosa di univoco. Infatti io vedrò l’ombrello di un certo rosso, un’altra persona lo vedrà di un rosso leggermente diverso dal mio, anche a parità di illuminazione.

Inoltre i nostri occhi vedono in modo analogico, ossia con sfumature continue tra un colore ed un altro, contrariamente al sensore digitale che invece è discreto, ossia ogni pixel è composto solo da un determinato colore, quindi il passaggio tonale è possibile solo con salti discreti e non continui tra una tonalità e l’altra.

A complicare ulteriormente la situazione consideriamo che l’occhio umano è facilmente ingannabile, per esempio dalla luminosità di sfondo.

I quadrati sono tutti dello stesso grigio, ma a seconda dello sfondo l’occhio viene ingannato, percependo tonalità differenti

 

Per poter lavorare in modo preciso e rigoroso con il colore abbiamo però bisogno di precisione e ripetibilità, ossia dobbiamo trovare un modo per “quantificarlo”, permetterne la replicabilità della sensazione soggettiva. In pratica: dovrò vedere la foto dell’ombrello rosso dello stesso rosso che vedo dal vero, sotto la stessa fonte di illuminazione (stessa sensazione soggettiva). Il mio vicino invece vedrà ovviamente la stessa foto con il suo rosso.

Per questo si è scomposto il colore in tre grandezze, che possiamo considerare gli “ingredienti” del colore:

  • Tinta/tonalità (hue) che è la qualità percettiva che ci fa attribuire il nome “rosso” rispetto ad esempio al nome “blu”
  • Saturazione (saturation) che è la “purezza”
  • Luminosità (lightness) che definisce la quantità di bianco e nero presente nel colore percepito

Già nel 1931, la CIE definisce quindi un modello matematico per permettere di rappresentare in modo univoco la sensazione di colore prodotta nell’uomo. Questo modello prende il nome di CIE XYZ. Esula dallo scopo di questo articolo introduttivo definire meglio questo modello (magari in futuro approfondiremo), ma per ora basti sapere che da esso derivano una serie di modelli (spazi) indipendenti dalla periferica, il più importante dei quali è il CIE LAB.

Lo spazio colore LAB è l’unico tra quelli usati in fotografia che è in grado di rappresentare tutti i toni percepibili dall’uomo.

Rappresentazione dello spazio colore CIE LAB

Brevemente (per approfondire vedi qui), i canali LAB rappresentano:

  • L la luminosità
  • A dal verde al rosso
  • B dal blu al giallo

Tramite una rappresentazione LAB siamo in grado di misurare e replicare quello che per convenzione chiamiamo colore, e quindi di replicare la sensazione soggettiva dello stesso.

Fin qui le cose sembrano tutto sommato semplici, ma nella prossima parte vedremo di complicarle un pochino: i dispositivi infatti non sono in grado di gestire

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