Edward Burtynsky è un fotografo canadese, classe 1955. Da oltre trent’anni porta avanti un solo progetto: documentare l’antropizzazione del mondo, ovvero gli effetti delle attività necessarie allo sviluppo e sostentamento dell’uomo sulle risorse del pianeta.

Ci parla dell’impatto ecologico di 7 miliardi di persone oggi sulla Terra, di come trasformiamo il mondo per vivere come stiamo facendo, senza preoccuparci degli effetti a lungo termine.

Lo fa però non in modo catastrofico (anzi lui stesso ci dice che la lotta ecologista è fallita proprio perchè si basava sul catastrofismo) ma anzi creando immagini belle, che richiedono uno sforzo per essere viste ed interpretate. Ci avviciniamo alle sue fotografie con curiosità, non capiamo subito di cosa si sta parlando, cosa stiamo vedendo. Le troviamo inizialmente belle, piacevoli. Poi osservandole capiamo invece che cosa rappresentano, la causa di questo spettacolo.

Burtynsky fa ampio uso di fotografie aeree, di droni, per dare esattamente questa sensazione: non capiamo subito il segno dell’immagine, se si sta vedendo una cosa positiva o negativa. Ci costringe a riflettere.

Questa dualità fa ovviamente parte del messaggio che ci vuole mandare: il progresso, il voler vivere con comodità, non è una cosa negativa di per se, anzi. Ma vanno anche considerati anche gli effetti sul mondo, sulla natura. Sono due facce della stessa medaglia: bisogna prenderne coscienza ma senza passare alla negazione del progresso o urlare slogan catastrofisti.

E’ chiaro però che qualcosa vada fatto: non è possibile continuare in questo modo, ragionando solo nel breve termine, senza chiedersi come minimizzare gli effetti a lungo termine. Burtynsky non ci offre soluzioni, logicamente, ma ci invita a riflettere in modo tranquillo e pacato.

A livello fotografico le immagini sono tutte caratterizzate da una composizione estremamente curata: ogni dettaglio viene incluso (od escluso) per una ragione. Nulla viene lasciato al caso, partendo dal punto di vista e dalla luce necessaria per creare l’effetto da lui voluto. Non è raro, ci dice lo stesso Burtynsky, che per arrivare ad una foto precisa che ha in mente debba tornare nello stesso posto per anni, in attesa che le condizioni siano quelle per lui necessarie.

E’ interessante notare anche come raramente ci sia una parte più enfatizzata di altre, ossia un soggetto specifico ed uno sfondo. Al contrario, quasi sempre il soggetto è l’intera immagine, senza punti specifici di riferimento.

Inoltre spesso arriva ad ottenere un effetto quasi astratto, anche se guardando attentamente l’immagine è sempre percepibile di cosa si sta effettivamente parlando.

In questo breve articolo ti voglio parlare solo del Burtynsky “paesaggista” (anche se si tratta di foto di paesaggio sicuramente non convenzionali) ma considerazioni simili valgono anche per l’altra parte del suo lavoro, sulle fabbriche cinesi ad esempio, dove c’è la presenza umana, anche se spesso “disumanizzata”.

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